In ricordo di Claudio Graziano



Claudio Graziano apparteneva a quella generazione di militanti che non ha mai separato la politica dalla vita. Con la sua scomparsa Roma perde una figura preziosa della sinistra sociale e culturale, ma per molti di noi se ne va soprattutto un compagno e un amico, uno di quelli che hanno attraversato decenni di lotte senza mai perdere l’umanità, l’ironia e la capacità di stare dalla parte degli ultimi.
Per me Claudietto è stato un punto di riferimento fin dai tempi in cui era responsabile nazionale dei giovani di Democrazia Proletaria. Quel diminutivo affettuoso non ne ha mai ridotto la statura; al contrario raccontava bene quella “lunga adolescenza” che lui stesso teorizzava come condizione permanente del militante: curiosità, insofferenza verso il potere, leggerezza mai superficiale. Veniva dalla periferia romana e da Avanguardia Operaia, e dentro Dp rappresentava la componente più movimentista e creativa, apparentemente disordinata ma sempre capace di stare dentro i conflitti reali della città.
Con lui abbiamo condiviso esperienze straordinarie. A metà degli anni ottanta organizzammo due meeting internazionali dei giovani della sinistra alternativa: uno in Calcidica e uno a Isola Capo Rizzuto, dove centinaia di ragazze e ragazzi arrivarono per contestare la costruzione della base Nato degli F16. Erano anni in cui internazionalismo, pacifismo e conflitto sociale si intrecciavano naturalmente. Claudio aveva già chiaro che la pace e i diritti dei migranti sarebbero stati i nodi centrali del futuro. Spirava ancora il vento lungo di Comiso e “Alice nella città”, un cinema occupato trasformato in un centro sociale, segnò una originalità unica e creativa della pur fertile esperienza degli spazi occupati romani.
Poi venne l’esperienza di "Senzaconfine", accanto a Eugenio Melandri e Dino Frisullo. Claudietto, più rigoroso di molti di noi, scelse fino in fondo la politica di strada: stare con i migranti, i rom, gli esclusi, non come esercizio di testimonianza ma come pratica quotidiana di trasformazione sociale. Non ha mai fatto della solidarietà una professione o una posa morale. Era il suo modo di stare al mondo.
Tra le immagini proiettate durante la commemorazione funebre all’Arci – di cui è stato un dirigente appassionato ritrovandoci lo stesso spirito creativo e radicale di Dp – una più di tutte restituiva il suo carattere: Claudio che sorride mentre un poliziotto lo trascina via durante lo sgombero di un campo rom. Dentro quella foto c’era tutto: l’irriverenza, la nonviolenza, la testardaggine, la scelta di stare sempre dalla parte giusta.
Nell’ultimo anno la malattia lo aveva colpito duramente, ma non aveva scalfito la sua lucidità politica. Sono andato più volte a trovarlo a Tor Vergata. Anche nel dolore continuavamo a discutere come ai tempi di Dp: delle guerre, della sinistra, delle lotte sociali, dell’Arci, del mio impegno nella Rete Italiana Pace e Disarmo. E ridevamo della sua omonimia con l’ex Capo di Stato Maggiore della Difesa: qualche giornalista lo aveva chiamato a lungo convinto di parlare con il generale, salvo poi spiazzarsi davanti alle sue risposte radicalmente pacifiste.
L’ultima volta l’ho visto all’hospice di Santa Maria della Pietà, a pochi passi dall’ex lavanderia occupata ai tempi di “Alice nella città”, dopo lo sgombero del cinema Doria. Ero con Nilde Guiducci. Claudio dormiva, stremato. Restammo lì accanto combattuti se svegliarlo o lasciarlo riposare. Non l’abbiamo fatto. Mi resta il cruccio di quell’ultima conversazione mancata. Ma forse Claudio va ricordato così: non nella malattia, bensì nella sua capacità inesauribile di costruire relazioni, conflitto, solidarietà.
Appassionato di arte e di musica, le discussioni infinite, l’ironia ruvida delle borgate romane e una coerenza rara. Ha attraversato movimenti, associazionismo, occupazioni, campagne pacifiste e antirazziste restando sempre uguale a sé stesso: libero, generoso, mai addomesticato. Ha attraversato anche le “scissioni” e separazioni dei partiti rimanendo sempre nell’ala sinistra senza concedere però niente al minoritarismo, da Dp a Rifondazione Comunista.
In un tempo in cui molta sinistra ha smarrito il rapporto con gli ultimi e con la vita concreta delle persone, Claudio Graziano lascia un’eredità politica e umana preziosa. Ci ricorda che non basta fare cose giuste: bisogna scegliere da che parte stare. Lui quella scelta l’ha fatta fino in fondo, senza compromessi.


Alfio Nicotra