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ITINERARI
GANDOLFIANI. DAL MUSEO ALLA CITTA'
Questa esposizione nasce in occasione della mostra Gaetano e Ubaldo
Gandolfi. Opere scelte, allestita dal Comune di Cento fino al 16 giugno
presso la locale chiesa di San Lorenzo, come esempio concreto di interrelazione
fra enti e musei diversi, alla luce di un concetto, quanto mai attuale,
di "rete museale". Mentre Cento ha proposto dipinti insigni di questi
maestri del Settecento bolognese, provenienti da note collezioni e musei
italiani e stranieri, Bologna ha scelto di presentare opere dei tre Gandolfi
(aggiungendosi ai maggiori l'erede Mauro) normalmente non visibili al
pubblico, benché assai note agli studiosi, appartenenti alle raccolte
civiche ed ai patrimoni degli istituti di pubblica assistenza e beneficenza
di Bologna (Collezioni Comunali d'Arte, Biblioteca Comunale dell'Archiginnasio,
Istituto Giovanni XXIII e Pii Istituti Educativi - Conservatorio del Baraccano).
I dipinti di Ubaldo esposti possono forse apparire - a paragone con l'impatto
delle grandi macchine d'altare e delle splendide composizioni mitologiche
della produzione "maggiore" dei tre artisti, dai colori sfavillanti e
dalla complessa architettura - come un modesto contrappunto, una produzione
minore. Ma anche in opere monotematiche e di formato ridotto, immerse
in un'atmosfera di umiltà a volte austera (come nei sei Santi provenienti
dal Conservatorio del Baraccano e nei quattro ovali dell'Istituto Giovanni
XXIII), l'autore spiega la ricchezza del colore e la comunicazione sentimentale
che gli sono proprie, sfiorando il capolavoro.
Del fratello Gaetano e del figlio di questi, Mauro, si sono volute evidenziare
le opere conservate presso le Collezioni Comunali d'Arte attraverso un
percorso guidato all'interno del museo, con particolare attenzione per
la figura originale e ancora poco nota del più giovane di questi artisti.
L'esposizione delle incisioni gandolfiane, organizzata a San Matteo della
Decima in contemporanea con la mostra di Cento, ci ha stimolato ad affiancare
ai dipinti anche una piccola scelta di disegni di proprietà comunale,
alcuni di recente acquisizione, che permettono di apprezzare la straordinaria
capacità tecnica dei Gandolfi nell'utilizzo di ogni tipo di mezzo grafico.
Una mappa, costruita su un originale settecentesco, intende inoltre suggerire
un percorso gandolfiano che porti il visitatore dal museo ai luoghi della
città dove gli artisti hanno operato - e dove è ancora possibile ammirare
le loro opere nel contesto per cui sono state realizzate - anche se purtroppo
in molti casi, trattandosi di soffitti dipinti posti in palazzi non aperti
al pubblico, la segnalazione si deve ritenere puramente informativa.
Questa esposizione si propone come la prima di una serie che, traendo
spunto da iniziative culturali o espositive nate in un museo di Bologna
o del suo territorio, consenta ai Musei Civici d'Arte Antica di accendere
i riflettori su una parte delle proprie raccolte e richiamare su di essa
l'interesse dei visitatori.
UN MUSEO DEL SETTECENTO BOLOGNESE:
LE COLLEZIONI COMUNALI D'ARTE
Collocate nel Palazzo Comunale, nel cuore della città, e affacciate sulla
piazza principale, ricche di rimandi alla storia cittadina nelle opere
esposte e nelle decorazioni degli ambienti, le Collezioni Comunali d'Arte
raccolgono opere provenienti da tutte le principali donazioni d'arte pervenute
al Comune di Bologna dal Settecento agli inizi del Novecento. Vero momento
di snodo della museografia bolognese, la loro fondazione nel 1936 concluse
un lungo processo di riassetto degli istituti museali della città, caratterizzato
da un'intensa attività di restauro ed espositiva, culminata nell'anno
precedente nella grande mostra dedicata al Settecento Bolognese,
allestita proprio in Palazzo Comunale. Arredi, dipinti e sculture di provenienza
pubblica e privata erano stati esposti secondo il gusto del tempo, con
l'intenzione di ricreare l'atmosfera dell'epoca del papa Benedetto XIV,
il bolognese Prospero Lambertini. Alla chiusura della mostra una parte
dell'allestimento, nelle sale già residenza del Legato pontificio, divenne
permanente: nascevano così le Collezioni Comunali d'Arte, che mantengono
un'eco di quell'assetto nelle Sale Rusconi.
Il nucleo principale del museo è costituito da legati di notabili e famiglie
nobili al Comune di Bologna. Il primo e più illustre è il gruppo di splendidi
dipinti di Donato Creti, lasciati in eredità da Marco Antonio Collina
Sbaraglia al Senato cittadino nel 1744; a questo si affianca parte dell'ingente
collezione dell'artista Pelagio Palagi, acquisita nel 1860, oltre ad opere
e arredi dai lasciti Baruzzi, Pizzardi, Pepoli, Rusconi, tra Otto e Novecento.
Appartengono invece all'originario arredo di Palazzo altre opere della
raccolta, fra cui le splendide sovrapporte di Ubaldo Gandolfi con favole
mitologiche, esposte in mostra, o i due quadri con Storie bolognesi
di Ercole Graziani e Giuseppe Marchesi, detto il Sansone. Percorrendo
il museo con l'attenzione rivolta solo al Settecento si susseguono nella
Sala 2, oltre alle citate Storie bolognesi, dipinti religiosi di
Ercole Graziani, un garbato bozzetto di Giuseppe Maria Crespi per il Ritratto
del Cardinale Prospero Lambertini, la Carità di scuola di Marco Antonio
Franceschini e le terrecotte di Andrea Ferreri e dello Scandellari. Ben
documentano i cambiamenti in campo politico ed estetico alla fine del
secolo anche la Sala Vidoniana (che ospita il grande nucleo del Creti)
e la Sala 19 (sulla volta la Glorificazione della Repubblica Cispadana
di Mauro Gandolfi), ridecorate in chiave neoclassica nel 1797, quando
il Palazzo venne destinato a sede del Direttorio dell'effimera Repubblica
Cispadana. Infine il braccio "Rusconi", che si chiude nella suggestiva
"stanza-paese" di Vincenzo Martinelli, con l'illusionistico affaccio su
verdi spazi aperti, in una natura ordinata secondo le nuove tendenze del
razionalismo classicista.
Della ricca e favolosa stagione della storia dell'arte bolognese che fiorì
nel secolo dibattuto fra classicismo, barocco e barocchetto, le Collezioni
Comunali d'Arte e il Palazzo Comunale conservano testimonianze significative
ed emblematiche, che potranno ritrovare piena voce con il programma di
riassetto museale ora in corso.
LA PITTURA BOLOGNESE NEL SETTECENTO
La prima metà del Settecento a Bologna è caratterizzata dalla tradizione
di grande pittura, inaugurata dai Carracci e proseguita da Guido
Reni e da Guercino nel secolo precedente, sostenuta dall'Accademia Clementina
(annessa nel 1711 al preesistente Istituto delle Scienze), che progressivamente
assumerà il compito di garantire questa continuità. Sulla scena artistica
emergono due pittori: Giuseppe Maria Crespi e Donato Creti. Giuseppe Maria
Crespi, detto lo Spagnolo (Bologna, 1665-1747) rappresenta il versante
realistico della pittura bolognese, caratterizzato da una pennellata pastosa
e sapida e da un'attenzione al vero priva di qualsiasi filtro ideale.
Maestro nel ritratto e nella scena di genere, squisito pittore di nature
morte, Crespi produce anche intense pale d'altare, frutto di una religiosità
umile e sentita, e quadri da stanza dove la storia o il mito, ribassati
di tono, sono immersi in un'atmosfera quotidiana venata di popolare. Le
Collezioni Comunali d'Arte conservano un saggio esemplare della sua ritrattistica
nel gustoso bozzetto per il Ritratto del cardinale Prospero Lambertini,
preparatorio per quello di più ampio respiro conservato alla Pinacoteca
Vaticana (Sala 2).
Donato Creti (Cremona, 1671-Bologna, 1749), che, formatosi alla scuola
di Lorenzo Pasinelli, ne raffinò ulteriormente la grazia, rappresenta
il filone della ricerca del 'bello ideale', il cui modello principale
rimane Guido Reni. La ricca collezione di dipinti posseduta dalle Collezioni
Comunali (Galleria Vidoniana) permette, più di qualsiasi discorso, di
apprezzarne l'altissimo esito creativo: un mondo perfetto, popolato di
figure ideali.
Il versante classicista è rappresentato, oltre che da Donato Creti, da
Marcantonio Franceschini (Bologna, 1648-1729), che chiude la sua parabola
creativa all'inizio del secolo, e trova i suoi continuatori in figure
minori, ma altrettanto significative, come Ercole Graziani Jr. (Bologna,
1688-1765) e Giuseppe Marchesi, detto il Sansone (Bologna, 1699-1771),
che raccolgono l'eredità della tradizione carraccesca, precedentemente
recuperata da Aureliano Milani (Bologna, 1675-Roma, 1749), e la ricerca
reniana della bellezza ideale. Altrettanto significativa è la presenza
di Vittorio Maria Bigari (Bologna, 1692-1776), raffinato e vivace decoratore,
che nei soffitti di palazzi e chiese bolognesi si esprime con vena narrativa
fluida e piacevole.
Ai pittori di figura si affiancano i quadraturisti, specializzati
nella resa prospettica degli ambienti, che con le loro invenzioni continuano
per tutto il secolo a sfondare volte e a fingere balconate da cui si affacciano
figure come in piena età barocca. Ad arricchire gli ambienti contribuiscono
inoltre i temperisti, primo tra tutti lo stesso Bigari e Pietro
Paltronieri, detto il Mirandolese (Mirandola, 1673-Bologna, 1741), autori
di vedute di fantasia popolate di rovine e di edifici goticheggianti dove
si aggirano delicate figurine.
Con l'avvento al pontificato di Benedetto XIV si avviano molte riforme,
tra cui quella dell'istruzione artistica. L'Accademia Clementina diviene
parte di un vero e proprio sistema scolastico con regole e gerarchie prestabilite,
e la preparazione dei giovani artisti passa dal rapporto diretto di apprendistato
nella "stanza" del maestro ai corsi impostati per insegnamenti teorici
e pratici, dove si alternano molti docenti. Il richiamo alla tradizione
diventa più forte, come se si volesse ritrovare nell'autorità dei modelli
del passato la garanzia della qualità del proprio mestiere, spesso svuotato
di significato e di slancio.
E' in questo contesto che emergono le figure dei Gandolfi, Ubaldo (San
Matteo della Decima, 1728-Ravenna, 1781) e Gaetano (San Matteo della Decima,
1734- Bologna, 1802), che riescono a raccogliere il meglio del passato
arricchendolo con nuovi stimoli (il viaggio a Venezia di Gaetano, l'osservazione
della pittura coeva inglese e francese, la riscoperta delle raffinate
movenze cinquecentesche di Pellegrino Tibaldi e Nicolò dell'Abate). Con
Mauro (Bologna, 1764-1834) e il suo giovanile entusiasmo giacobino, Bologna
riceve poi un'altra ventata di novità, anche iconografiche, direttamente
da Parigi.
Con le vittorie di Napoleone, il Palazzo Pubblico (oggi Comunale), divenuto
sede del Direttorio, sarà dotato di una veste "repubblicana" e nuovi emblemi
faranno la loro comparsa sui muri e sui soffitti (Collezioni Comunali
d'Arte, Sale 6-9, 14, 15, 19, 20 dell'ex appartamento del Legato, ora
sede del museo, alcune in corso di riallestimento).
Le linee di contorno più nette e pulite, quasi grafiche, annunciano un
cambiamento radicale, favorito da Carlo Bianconi (Bologna, 1732-Milano,
1802), Francesco Algarotti (Venezia, 1712-Pisa, 1764) e Mauro Tesi (Montalbano,
1730-Bologna, 1766), avanza un nuovo gusto che trova altri stimoli nell'abolizione
dell'illusionismo prospettico e nella riscoperta archeologizzante dell'antico.
Ne saranno protagonisti a Bologna Felice Giani (San Sebastiano Curone,
1758-Roma, 1823) e Pelagio Palagi (Bologna, 1775-Torino, 1860), ma a questo
punto la stagione del barocchetto bolognese è ormai finita, è iniziato
il Neoclassicismo.
UBALDO GANDOLFI
Nato a San Matteo della Decima (Bologna) nel 1728, ottiene dal padre di
trasferirsi a Bologna per intraprendere studi artistici presso Felice
Torelli. Fu poi allievo di Ercole Graziani Jr. e di Ercole Lelli, da cui
apprenderà l'anatomia e la scultura. Iscritto all'Accademia Clementina
dell'Istituto delle Scienze, fu più volte vincitore dei premi annuali
e fu 'aggregato tra i Quaranta', gli accademici effettivi, nel 1760. Da
quella data ricoperse più volte il ruolo di 'Direttore di Figura'; nel
1772 fu nominato Principe dell'Accademia.
Il suo bagaglio intellettuale e artistico si fonda sullo studio dei dipinti
della grande tradizione bolognese ed emiliana, i Carracci, Guido Reni,
il Guercino, il Bonone, il Cignani, il Crespi, la cui cultura seppe aggiornare
alla luce di quanto di meglio del contemporaneo, noto attraverso le possibilità
offerte dall'istituzione accademica e da alcuni viaggi di studio a Venezia,
Firenze, Cesena e nelle Romagne.
La produzione di Ubaldo spazia dalla grande decorazione per i palazzi
bolognesi (Malvasia, Segni Facchini, Bovio, Malvezzi) alle pale d'altare
di efficacissima retorica, dipinte numerose per il clero e la nobiltà
bolognese e della provincia (Castel San Pietro, Cento, Vigorso di Budrio,
Medicina), oltre che per altri luoghi delle Legazioni (Cingoli, Marche)
e d'Italia (Vercelli).
Per la committenza privata, bolognese e non, esegue dipinti mitologici
di raffinata eleganza, come le due sovrapporte per Palazzo Comunale a
Bologna con le favole di Perseo e Andromeda e di Diana ed Endimione,
ora conservate presso le Collezioni Comunali d'Arte, o le Storie di
Mercurio ed Argo (Raleigh, North Carolina, U.S.A.).
Per l'amico e protettore conte Gregorio Casali esegue numerosi ritratti,
negli anni dell'esordio e nella piena maturità; per il medesimo committente
e per altri colti "intendenti" dipinge intense, talvolta struggenti, sempre
intrigantissime teste di carattere o studi dal naturale, cioè le effigi
di anonimi, giovani uomini e vecchi, bambini, fanciulle e donne anziane,
che sono tra i capitoli più intensi e "moderni" del suo catalogo.
Il campo d'azione privilegiato, quello nel quale ottenne il maggior riscontro
dal pubblico non solo bolognese, è quello della grande pittura sacra,
per la quale elabora nuove soluzioni, in linea con le evoluzioni del gusto
del tempo, evitando, in grazia del suo notevolissimo talento e della forte
personalità, soluzioni di maniera, così da proporre un lessico aggiornato
e nuove soluzioni anche per il secolo seguente. Alla ricca produzione
pittorica si affianca quella grafica, segno di una elaborazione attenta
e precisa che, prima di arrivare all'opera finita, la studia attraverso
un elaborato processo creativo, dallo schizzo preparatorio alla definizione
del particolare. Scultore, oltre che pittore, Ubaldo realizza per la chiesa
di San Giuliano a Bologna due imponenti statue di profeti, tra le più
belle opere plastiche del Settecento bolognese.
La sua attività si chiude con il progetto, testimoniato da un bozzetto
e da numerosi studi preparatori in disegno, per la decorazione della volta
di San Vitale a Ravenna. Trasferitosi in questa città l'artista vi muore
nel 1781, appena avviata l'opera, a causa delle febbri malariche contratte.
GAETANO
GANDOLFI
Nacque a San Matteo della Decima (Bologna) nel 1734. Adolescente, raggiunse
a Bologna il fratello maggiore Ubaldo, per dedicarsi agli studi artistici.
Iscritto all'Accademia Clementina dell'Istituto delle Scienze, fu allievo
di Ercole Lelli, scultore ed anatomista. Fu più volte vincitore di premi
Marsili, con raffinati rilievi e con disegni dal naturale - dal modello
in posa -, e del premio di frequenza Fiori.
Le prime opere pittoriche di Gaetano datano ai tardi anni cinquanta (San
Girolamo e Santa Maria Maddalena, Bazzano, Oratorio del Suffragio;
decorazione della Galleria del Palazzo Malvasia con il fratello Ubaldo).
L'amicizia con il mercante Antonio Buratti lo coinvolse nell'importante
impresa dell'edizione, in un volume sontuoso, delle riproduzioni in tavole
all'acquaforte - per molte delle quali il giovane fornì i disegni - dei
dipinti murali di Pellegrino Tibaldi e di Nicolò dell'Abate a Palazzo
Poggi.
Da questa prima operazione per il generoso committente, deriveranno poi
la raccolta di disegni riproducenti i più significativi dipinti delle
chiese della città (Bologna, Collezioni della Cassa di Risparmio) e un
viaggio di studio di un anno, il 1760, a Venezia, occasione suprema per
il talentoso artista per conoscere le meraviglie della pittura veneziana
dal Cinquecento ed il meglio della produzione contemporanea europea, stante
l'internazionalità della città.
Il ritorno da Venezia lo impose sulla scena bolognese, procurandogli commissioni
per pale d'altare, quali la Gloria d'angeli della chiesa della
Carità e il Miracolo del Beato Piccolomini per la chiesa dei Serviti
- oggi documentato dal bozzetto (Roma, Pinacoteca Vaticana) - e dipinti
profani, molti dei quali per l'estero, per Mosca, l'Inghilterra, Vienna.
Il Gandolfi non abbandonò mai la pratica disegnativa, per affinare lo
stile, proseguire l'approfondimento culturale e provare le necessità della
composizione, in splendidi, raffinati schizzi e disegni già allora ricercati
dal collezionismo; nel contempo, affiancò l'attività di frescante, per
chiese e palazzi, a quella di pittore sacro e di brillante inventore di
smaglianti favole mitologiche, con l'esecuzione di studi di carattere,
un genere particolare che affiancò all'attività minore di ritrattista.
Dalla metà degli anni settanta il prosieguo della ricerca lo conduce sui
sentieri di una pittura di più austero, classico sentire, improntata a
solennità (Nozze di Cana per il refettorio del convento di San
Salvatore, oggi alla Pinacoteca Nazionale di Bologna; Gloria di Maria
assunta in cielo, Bologna, Santa Maria della Vita).
La produzione si divide tra una visione del sacro di sottile equilibrio
- timbro delle pale d'altare ma anche dei dipinti destinati alla devozione
privata - e l'adozione di un lessico diversamente composto anche per la
pittura profana (Morte di Socrate, Bologna, collezione Trenta),
spesso corretto da sottile ironia (Diogene e Alessandro, Zurigo,
collezione privata).
Nel 1788 Gaetano accettando l'invito dell'amico Dalton si recò per una
breve vacanza a Londra, misurandosi con una realtà difficile sia dal punto
di vista socio-culturale che artistico, cui avrebbe risposto, da grande
pittore, nei tardi dipinti sia profani che sacri.
Si spense a Bologna il 20 giugno 1802. Gli furono tributati funerali solenni,
che volevano ricordare - nell'apparato effimero, opera dei più significativi
membri dell'Accademia di Belle Arti - le esequie di Agostino Carracci:
"un tentativo, l'estremo, di salvare l'identità dell'Accademia" che lui,
così nobilmente, aveva servito (Donatella Biagi Maino, in Dizionario
biografico degli italiani, vol. LII, Roma 1999).
MAURO
GANDOLFI
Figlio ed allievo di Gaetano Gandolfi, nato a Bologna nel 1764, Mauro
dimostrò presto un'indole vivace e ribelle. A soli sedici anni lasciò
la famiglia e partì per la Francia, dove risiedette a Strasburgo e Arras,
decidendo di arruolarsi nel reggimento reale corso.
Dopo cinque anni di esilio, durante i quali si mantenne con l'attività
di pittore, soprattutto di miniatore, ritornò a Bologna e iniziò a frequentare
l'Accademia Clementina, affinando le conoscenze tecniche cui il padre
lo aveva avviato. Riportò numerosi premi e fu nominato 'professore di
Figura' dal 1794 al 1797. Nel frattempo aiutava il padre, pittore celeberrimo
e oberato di commissioni, lavorando nel suo atelier (realizzò i
due dipinti laterali con Storie di San Domenico, che affiancano
la pala di Gaetano in San Domenico a Ferrara) ed era attivo in modo autonomo
come pittore, disegnatore, miniaturista ed incisore, passioni coltivate
fin dall'esilio francese.
Si interessò di discipline le più varie, la musica, la mineralogia e la
botanica. Attivo in politica, partecipò al primo Congresso Cispadano indetto
da Napoleone (1796); ricoprì varie cariche pubbliche a Bologna, fu tra
i promotori del primo progetto per un cimitero comunale, posto fuori dalla
cerchia delle mura cittadine, e allestì la "festa della riconoscenza"
nel 1798.
Come pittore "repubblicano" fu incaricato di dipingere la volta di una
sala del Palazzo Comunale con la Glorificazione della Repubblica Cispadana,
modificata da lui stesso dopo la Restaurazione (Sala 19 delle Collezioni
Comunali d'Arte). Per i rappresentanti del nuovo ordine incise le numerosissime
"vignette intestatarie", tenendo bottega in Palazzo Pubblico.
Nel 1801 si recò finalmente in Francia; attratto, lui ardente giacobino,
dalla mutata situazione politica, scelse di specializzarsi in nuove tecniche
incisorie e si mise in luce come riproduttore di opere d'arte e restauratore.
Nel 1802, ritornato a Bologna per il funerale solenne del padre, realizzò
il disegno di una memoria, tradotto successivamente in incisione (entrambi
esposti nella Sala 19 del museo).
Alla fine del soggiorno francese, durato cinque anni, Mauro tornò in patria,
ma complicate vicende familiari e la "persecuzione" - così la definisce
- cui era sottoposto dalla moglie, lo condussero ad intraprendere il viaggio
per mare verso gli Stati Uniti d'America (1816); da quest'ultima esperienza
trarrà un'affascinante cronaca in forma di diario che, come altri suoi
scritti, ne mette in luce le non comuni capacità di memorialista. Dopo
una sosta a Firenze soggiornò a lungo a Milano: nel "gran Milano" operò
per i fratelli Vallardi e l'Accademia di Brera. L'ultima parte della sua
attività, peraltro ancora da ricostruire, lo vede attivo soprattutto come
incisore-traduttore di famosi dipinti, secondo un uso che andava all'epoca
sviluppandosi; incise inoltre molte delle invenzioni del padre, da suoi
disegni o dipinti.
Si spense a Bologna il 4 gennaio 1834, avendo lasciato memoria della sua
vita in un racconto autobiografico di grande vivacità e di scrittura briosa.
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