7 giugno - 29 agosto 2002
I Gandolfi. Itinerari bolognesi
Sala Farnese e Collezioni Comunali d'Arte
Palazzo Comunale di Bologna
 
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  Itinerari gandolfiani. Dal museo alla città
Mappa
  Un museo del Settecento bolognese: le Collezioni Comunali d'Arte
  La pittura bolognese nel Settecento
  Ubaldo Gandolfi
  Gaetano Gandolfi
  Mauro Gandolfi

 

ITINERARI GANDOLFIANI. DAL MUSEO ALLA CITTA'
Questa esposizione nasce in occasione della mostra Gaetano e Ubaldo Gandolfi. Opere scelte, allestita dal Comune di Cento fino al 16 giugno presso la locale chiesa di San Lorenzo, come esempio concreto di interrelazione fra enti e musei diversi, alla luce di un concetto, quanto mai attuale, di "rete museale". Mentre Cento ha proposto dipinti insigni di questi maestri del Settecento bolognese, provenienti da note collezioni e musei italiani e stranieri, Bologna ha scelto di presentare opere dei tre Gandolfi (aggiungendosi ai maggiori l'erede Mauro) normalmente non visibili al pubblico, benché assai note agli studiosi, appartenenti alle raccolte civiche ed ai patrimoni degli istituti di pubblica assistenza e beneficenza di Bologna (Collezioni Comunali d'Arte, Biblioteca Comunale dell'Archiginnasio, Istituto Giovanni XXIII e Pii Istituti Educativi - Conservatorio del Baraccano).
I dipinti di Ubaldo esposti possono forse apparire - a paragone con l'impatto delle grandi macchine d'altare e delle splendide composizioni mitologiche della produzione "maggiore" dei tre artisti, dai colori sfavillanti e dalla complessa architettura - come un modesto contrappunto, una produzione minore. Ma anche in opere monotematiche e di formato ridotto, immerse in un'atmosfera di umiltà a volte austera (come nei sei Santi provenienti dal Conservatorio del Baraccano e nei quattro ovali dell'Istituto Giovanni XXIII), l'autore spiega la ricchezza del colore e la comunicazione sentimentale che gli sono proprie, sfiorando il capolavoro.
Del fratello Gaetano e del figlio di questi, Mauro, si sono volute evidenziare le opere conservate presso le Collezioni Comunali d'Arte attraverso un percorso guidato all'interno del museo, con particolare attenzione per la figura originale e ancora poco nota del più giovane di questi artisti.
L'esposizione delle incisioni gandolfiane, organizzata a San Matteo della Decima in contemporanea con la mostra di Cento, ci ha stimolato ad affiancare ai dipinti anche una piccola scelta di disegni di proprietà comunale, alcuni di recente acquisizione, che permettono di apprezzare la straordinaria capacità tecnica dei Gandolfi nell'utilizzo di ogni tipo di mezzo grafico.
Una mappa, costruita su un originale settecentesco, intende inoltre suggerire un percorso gandolfiano che porti il visitatore dal museo ai luoghi della città dove gli artisti hanno operato - e dove è ancora possibile ammirare le loro opere nel contesto per cui sono state realizzate - anche se purtroppo in molti casi, trattandosi di soffitti dipinti posti in palazzi non aperti al pubblico, la segnalazione si deve ritenere puramente informativa.
Questa esposizione si propone come la prima di una serie che, traendo spunto da iniziative culturali o espositive nate in un museo di Bologna o del suo territorio, consenta ai Musei Civici d'Arte Antica di accendere i riflettori su una parte delle proprie raccolte e richiamare su di essa l'interesse dei visitatori.

UN MUSEO DEL SETTECENTO BOLOGNESE:
LE COLLEZIONI COMUNALI D'ARTE

Collocate nel Palazzo Comunale, nel cuore della città, e affacciate sulla piazza principale, ricche di rimandi alla storia cittadina nelle opere esposte e nelle decorazioni degli ambienti, le Collezioni Comunali d'Arte raccolgono opere provenienti da tutte le principali donazioni d'arte pervenute al Comune di Bologna dal Settecento agli inizi del Novecento. Vero momento di snodo della museografia bolognese, la loro fondazione nel 1936 concluse un lungo processo di riassetto degli istituti museali della città, caratterizzato da un'intensa attività di restauro ed espositiva, culminata nell'anno precedente nella grande mostra dedicata al Settecento Bolognese, allestita proprio in Palazzo Comunale. Arredi, dipinti e sculture di provenienza pubblica e privata erano stati esposti secondo il gusto del tempo, con l'intenzione di ricreare l'atmosfera dell'epoca del papa Benedetto XIV, il bolognese Prospero Lambertini. Alla chiusura della mostra una parte dell'allestimento, nelle sale già residenza del Legato pontificio, divenne permanente: nascevano così le Collezioni Comunali d'Arte, che mantengono un'eco di quell'assetto nelle Sale Rusconi.
Il nucleo principale del museo è costituito da legati di notabili e famiglie nobili al Comune di Bologna. Il primo e più illustre è il gruppo di splendidi dipinti di Donato Creti, lasciati in eredità da Marco Antonio Collina Sbaraglia al Senato cittadino nel 1744; a questo si affianca parte dell'ingente collezione dell'artista Pelagio Palagi, acquisita nel 1860, oltre ad opere e arredi dai lasciti Baruzzi, Pizzardi, Pepoli, Rusconi, tra Otto e Novecento. Appartengono invece all'originario arredo di Palazzo altre opere della raccolta, fra cui le splendide sovrapporte di Ubaldo Gandolfi con favole mitologiche, esposte in mostra, o i due quadri con Storie bolognesi di Ercole Graziani e Giuseppe Marchesi, detto il Sansone. Percorrendo il museo con l'attenzione rivolta solo al Settecento si susseguono nella Sala 2, oltre alle citate Storie bolognesi, dipinti religiosi di Ercole Graziani, un garbato bozzetto di Giuseppe Maria Crespi per il Ritratto del Cardinale Prospero Lambertini, la Carità di scuola di Marco Antonio Franceschini e le terrecotte di Andrea Ferreri e dello Scandellari. Ben documentano i cambiamenti in campo politico ed estetico alla fine del secolo anche la Sala Vidoniana (che ospita il grande nucleo del Creti) e la Sala 19 (sulla volta la Glorificazione della Repubblica Cispadana di Mauro Gandolfi), ridecorate in chiave neoclassica nel 1797, quando il Palazzo venne destinato a sede del Direttorio dell'effimera Repubblica Cispadana. Infine il braccio "Rusconi", che si chiude nella suggestiva "stanza-paese" di Vincenzo Martinelli, con l'illusionistico affaccio su verdi spazi aperti, in una natura ordinata secondo le nuove tendenze del razionalismo classicista.
Della ricca e favolosa stagione della storia dell'arte bolognese che fiorì nel secolo dibattuto fra classicismo, barocco e barocchetto, le Collezioni Comunali d'Arte e il Palazzo Comunale conservano testimonianze significative ed emblematiche, che potranno ritrovare piena voce con il programma di riassetto museale ora in corso.

LA PITTURA BOLOGNESE NEL SETTECENTO
La prima metà del Settecento a Bologna è caratterizzata dalla tradizione di grande pittura, inaugurata dai Carracci e proseguita da Guido Reni e da Guercino nel secolo precedente, sostenuta dall'Accademia Clementina (annessa nel 1711 al preesistente Istituto delle Scienze), che progressivamente assumerà il compito di garantire questa continuità. Sulla scena artistica emergono due pittori: Giuseppe Maria Crespi e Donato Creti. Giuseppe Maria Crespi, detto lo Spagnolo (Bologna, 1665-1747) rappresenta il versante realistico della pittura bolognese, caratterizzato da una pennellata pastosa e sapida e da un'attenzione al vero priva di qualsiasi filtro ideale. Maestro nel ritratto e nella scena di genere, squisito pittore di nature morte, Crespi produce anche intense pale d'altare, frutto di una religiosità umile e sentita, e quadri da stanza dove la storia o il mito, ribassati di tono, sono immersi in un'atmosfera quotidiana venata di popolare. Le Collezioni Comunali d'Arte conservano un saggio esemplare della sua ritrattistica nel gustoso bozzetto per il Ritratto del cardinale Prospero Lambertini, preparatorio per quello di più ampio respiro conservato alla Pinacoteca Vaticana (Sala 2).
Donato Creti (Cremona, 1671-Bologna, 1749), che, formatosi alla scuola di Lorenzo Pasinelli, ne raffinò ulteriormente la grazia, rappresenta il filone della ricerca del 'bello ideale', il cui modello principale rimane Guido Reni. La ricca collezione di dipinti posseduta dalle Collezioni Comunali (Galleria Vidoniana) permette, più di qualsiasi discorso, di apprezzarne l'altissimo esito creativo: un mondo perfetto, popolato di figure ideali.
Il versante classicista è rappresentato, oltre che da Donato Creti, da Marcantonio Franceschini (Bologna, 1648-1729), che chiude la sua parabola creativa all'inizio del secolo, e trova i suoi continuatori in figure minori, ma altrettanto significative, come Ercole Graziani Jr. (Bologna, 1688-1765) e Giuseppe Marchesi, detto il Sansone (Bologna, 1699-1771), che raccolgono l'eredità della tradizione carraccesca, precedentemente recuperata da Aureliano Milani (Bologna, 1675-Roma, 1749), e la ricerca reniana della bellezza ideale. Altrettanto significativa è la presenza di Vittorio Maria Bigari (Bologna, 1692-1776), raffinato e vivace decoratore, che nei soffitti di palazzi e chiese bolognesi si esprime con vena narrativa fluida e piacevole.
Ai pittori di figura si affiancano i quadraturisti, specializzati nella resa prospettica degli ambienti, che con le loro invenzioni continuano per tutto il secolo a sfondare volte e a fingere balconate da cui si affacciano figure come in piena età barocca. Ad arricchire gli ambienti contribuiscono inoltre i temperisti, primo tra tutti lo stesso Bigari e Pietro Paltronieri, detto il Mirandolese (Mirandola, 1673-Bologna, 1741), autori di vedute di fantasia popolate di rovine e di edifici goticheggianti dove si aggirano delicate figurine.
Con l'avvento al pontificato di Benedetto XIV si avviano molte riforme, tra cui quella dell'istruzione artistica. L'Accademia Clementina diviene parte di un vero e proprio sistema scolastico con regole e gerarchie prestabilite, e la preparazione dei giovani artisti passa dal rapporto diretto di apprendistato nella "stanza" del maestro ai corsi impostati per insegnamenti teorici e pratici, dove si alternano molti docenti. Il richiamo alla tradizione diventa più forte, come se si volesse ritrovare nell'autorità dei modelli del passato la garanzia della qualità del proprio mestiere, spesso svuotato di significato e di slancio.
E' in questo contesto che emergono le figure dei Gandolfi, Ubaldo (San Matteo della Decima, 1728-Ravenna, 1781) e Gaetano (San Matteo della Decima, 1734- Bologna, 1802), che riescono a raccogliere il meglio del passato arricchendolo con nuovi stimoli (il viaggio a Venezia di Gaetano, l'osservazione della pittura coeva inglese e francese, la riscoperta delle raffinate movenze cinquecentesche di Pellegrino Tibaldi e Nicolò dell'Abate). Con Mauro (Bologna, 1764-1834) e il suo giovanile entusiasmo giacobino, Bologna riceve poi un'altra ventata di novità, anche iconografiche, direttamente da Parigi.
Con le vittorie di Napoleone, il Palazzo Pubblico (oggi Comunale), divenuto sede del Direttorio, sarà dotato di una veste "repubblicana" e nuovi emblemi faranno la loro comparsa sui muri e sui soffitti (Collezioni Comunali d'Arte, Sale 6-9, 14, 15, 19, 20 dell'ex appartamento del Legato, ora sede del museo, alcune in corso di riallestimento).
Le linee di contorno più nette e pulite, quasi grafiche, annunciano un cambiamento radicale, favorito da Carlo Bianconi (Bologna, 1732-Milano, 1802), Francesco Algarotti (Venezia, 1712-Pisa, 1764) e Mauro Tesi (Montalbano, 1730-Bologna, 1766), avanza un nuovo gusto che trova altri stimoli nell'abolizione dell'illusionismo prospettico e nella riscoperta archeologizzante dell'antico.
Ne saranno protagonisti a Bologna Felice Giani (San Sebastiano Curone, 1758-Roma, 1823) e Pelagio Palagi (Bologna, 1775-Torino, 1860), ma a questo punto la stagione del barocchetto bolognese è ormai finita, è iniziato il Neoclassicismo.

UBALDO GANDOLFI
Nato a San Matteo della Decima (Bologna) nel 1728, ottiene dal padre di trasferirsi a Bologna per intraprendere studi artistici presso Felice Torelli. Fu poi allievo di Ercole Graziani Jr. e di Ercole Lelli, da cui apprenderà l'anatomia e la scultura. Iscritto all'Accademia Clementina dell'Istituto delle Scienze, fu più volte vincitore dei premi annuali e fu 'aggregato tra i Quaranta', gli accademici effettivi, nel 1760. Da quella data ricoperse più volte il ruolo di 'Direttore di Figura'; nel 1772 fu nominato Principe dell'Accademia.
Il suo bagaglio intellettuale e artistico si fonda sullo studio dei dipinti della grande tradizione bolognese ed emiliana, i Carracci, Guido Reni, il Guercino, il Bonone, il Cignani, il Crespi, la cui cultura seppe aggiornare alla luce di quanto di meglio del contemporaneo, noto attraverso le possibilità offerte dall'istituzione accademica e da alcuni viaggi di studio a Venezia, Firenze, Cesena e nelle Romagne.
La produzione di Ubaldo spazia dalla grande decorazione per i palazzi bolognesi (Malvasia, Segni Facchini, Bovio, Malvezzi) alle pale d'altare di efficacissima retorica, dipinte numerose per il clero e la nobiltà bolognese e della provincia (Castel San Pietro, Cento, Vigorso di Budrio, Medicina), oltre che per altri luoghi delle Legazioni (Cingoli, Marche) e d'Italia (Vercelli).
Per la committenza privata, bolognese e non, esegue dipinti mitologici di raffinata eleganza, come le due sovrapporte per Palazzo Comunale a Bologna con le favole di Perseo e Andromeda e di Diana ed Endimione, ora conservate presso le Collezioni Comunali d'Arte, o le Storie di Mercurio ed Argo (Raleigh, North Carolina, U.S.A.).
Per l'amico e protettore conte Gregorio Casali esegue numerosi ritratti, negli anni dell'esordio e nella piena maturità; per il medesimo committente e per altri colti "intendenti" dipinge intense, talvolta struggenti, sempre intrigantissime teste di carattere o studi dal naturale, cioè le effigi di anonimi, giovani uomini e vecchi, bambini, fanciulle e donne anziane, che sono tra i capitoli più intensi e "moderni" del suo catalogo.
Il campo d'azione privilegiato, quello nel quale ottenne il maggior riscontro dal pubblico non solo bolognese, è quello della grande pittura sacra, per la quale elabora nuove soluzioni, in linea con le evoluzioni del gusto del tempo, evitando, in grazia del suo notevolissimo talento e della forte personalità, soluzioni di maniera, così da proporre un lessico aggiornato e nuove soluzioni anche per il secolo seguente. Alla ricca produzione pittorica si affianca quella grafica, segno di una elaborazione attenta e precisa che, prima di arrivare all'opera finita, la studia attraverso un elaborato processo creativo, dallo schizzo preparatorio alla definizione del particolare. Scultore, oltre che pittore, Ubaldo realizza per la chiesa di San Giuliano a Bologna due imponenti statue di profeti, tra le più belle opere plastiche del Settecento bolognese.
La sua attività si chiude con il progetto, testimoniato da un bozzetto e da numerosi studi preparatori in disegno, per la decorazione della volta di San Vitale a Ravenna. Trasferitosi in questa città l'artista vi muore nel 1781, appena avviata l'opera, a causa delle febbri malariche contratte.

GAETANO GANDOLFI
Nacque a San Matteo della Decima (Bologna) nel 1734. Adolescente, raggiunse a Bologna il fratello maggiore Ubaldo, per dedicarsi agli studi artistici. Iscritto all'Accademia Clementina dell'Istituto delle Scienze, fu allievo di Ercole Lelli, scultore ed anatomista. Fu più volte vincitore di premi Marsili, con raffinati rilievi e con disegni dal naturale - dal modello in posa -, e del premio di frequenza Fiori.
Le prime opere pittoriche di Gaetano datano ai tardi anni cinquanta (San Girolamo e Santa Maria Maddalena, Bazzano, Oratorio del Suffragio; decorazione della Galleria del Palazzo Malvasia con il fratello Ubaldo). L'amicizia con il mercante Antonio Buratti lo coinvolse nell'importante impresa dell'edizione, in un volume sontuoso, delle riproduzioni in tavole all'acquaforte - per molte delle quali il giovane fornì i disegni - dei dipinti murali di Pellegrino Tibaldi e di Nicolò dell'Abate a Palazzo Poggi.
Da questa prima operazione per il generoso committente, deriveranno poi la raccolta di disegni riproducenti i più significativi dipinti delle chiese della città (Bologna, Collezioni della Cassa di Risparmio) e un viaggio di studio di un anno, il 1760, a Venezia, occasione suprema per il talentoso artista per conoscere le meraviglie della pittura veneziana dal Cinquecento ed il meglio della produzione contemporanea europea, stante l'internazionalità della città.
Il ritorno da Venezia lo impose sulla scena bolognese, procurandogli commissioni per pale d'altare, quali la Gloria d'angeli della chiesa della Carità e il Miracolo del Beato Piccolomini per la chiesa dei Serviti - oggi documentato dal bozzetto (Roma, Pinacoteca Vaticana) - e dipinti profani, molti dei quali per l'estero, per Mosca, l'Inghilterra, Vienna.
Il Gandolfi non abbandonò mai la pratica disegnativa, per affinare lo stile, proseguire l'approfondimento culturale e provare le necessità della composizione, in splendidi, raffinati schizzi e disegni già allora ricercati dal collezionismo; nel contempo, affiancò l'attività di frescante, per chiese e palazzi, a quella di pittore sacro e di brillante inventore di smaglianti favole mitologiche, con l'esecuzione di studi di carattere, un genere particolare che affiancò all'attività minore di ritrattista.
Dalla metà degli anni settanta il prosieguo della ricerca lo conduce sui sentieri di una pittura di più austero, classico sentire, improntata a solennità (Nozze di Cana per il refettorio del convento di San Salvatore, oggi alla Pinacoteca Nazionale di Bologna; Gloria di Maria assunta in cielo, Bologna, Santa Maria della Vita).
La produzione si divide tra una visione del sacro di sottile equilibrio - timbro delle pale d'altare ma anche dei dipinti destinati alla devozione privata - e l'adozione di un lessico diversamente composto anche per la pittura profana (Morte di Socrate, Bologna, collezione Trenta), spesso corretto da sottile ironia (Diogene e Alessandro, Zurigo, collezione privata).
Nel 1788 Gaetano accettando l'invito dell'amico Dalton si recò per una breve vacanza a Londra, misurandosi con una realtà difficile sia dal punto di vista socio-culturale che artistico, cui avrebbe risposto, da grande pittore, nei tardi dipinti sia profani che sacri.
Si spense a Bologna il 20 giugno 1802. Gli furono tributati funerali solenni, che volevano ricordare - nell'apparato effimero, opera dei più significativi membri dell'Accademia di Belle Arti - le esequie di Agostino Carracci: "un tentativo, l'estremo, di salvare l'identità dell'Accademia" che lui, così nobilmente, aveva servito (Donatella Biagi Maino, in Dizionario biografico degli italiani, vol. LII, Roma 1999).

MAURO GANDOLFI
Figlio ed allievo di Gaetano Gandolfi, nato a Bologna nel 1764, Mauro dimostrò presto un'indole vivace e ribelle. A soli sedici anni lasciò la famiglia e partì per la Francia, dove risiedette a Strasburgo e Arras, decidendo di arruolarsi nel reggimento reale corso.
Dopo cinque anni di esilio, durante i quali si mantenne con l'attività di pittore, soprattutto di miniatore, ritornò a Bologna e iniziò a frequentare l'Accademia Clementina, affinando le conoscenze tecniche cui il padre lo aveva avviato. Riportò numerosi premi e fu nominato 'professore di Figura' dal 1794 al 1797. Nel frattempo aiutava il padre, pittore celeberrimo e oberato di commissioni, lavorando nel suo atelier (realizzò i due dipinti laterali con Storie di San Domenico, che affiancano la pala di Gaetano in San Domenico a Ferrara) ed era attivo in modo autonomo come pittore, disegnatore, miniaturista ed incisore, passioni coltivate fin dall'esilio francese.
Si interessò di discipline le più varie, la musica, la mineralogia e la botanica. Attivo in politica, partecipò al primo Congresso Cispadano indetto da Napoleone (1796); ricoprì varie cariche pubbliche a Bologna, fu tra i promotori del primo progetto per un cimitero comunale, posto fuori dalla cerchia delle mura cittadine, e allestì la "festa della riconoscenza" nel 1798.
Come pittore "repubblicano" fu incaricato di dipingere la volta di una sala del Palazzo Comunale con la Glorificazione della Repubblica Cispadana, modificata da lui stesso dopo la Restaurazione (Sala 19 delle Collezioni Comunali d'Arte). Per i rappresentanti del nuovo ordine incise le numerosissime "vignette intestatarie", tenendo bottega in Palazzo Pubblico.
Nel 1801 si recò finalmente in Francia; attratto, lui ardente giacobino, dalla mutata situazione politica, scelse di specializzarsi in nuove tecniche incisorie e si mise in luce come riproduttore di opere d'arte e restauratore.
Nel 1802, ritornato a Bologna per il funerale solenne del padre, realizzò il disegno di una memoria, tradotto successivamente in incisione (entrambi esposti nella Sala 19 del museo).
Alla fine del soggiorno francese, durato cinque anni, Mauro tornò in patria, ma complicate vicende familiari e la "persecuzione" - così la definisce - cui era sottoposto dalla moglie, lo condussero ad intraprendere il viaggio per mare verso gli Stati Uniti d'America (1816); da quest'ultima esperienza trarrà un'affascinante cronaca in forma di diario che, come altri suoi scritti, ne mette in luce le non comuni capacità di memorialista. Dopo una sosta a Firenze soggiornò a lungo a Milano: nel "gran Milano" operò per i fratelli Vallardi e l'Accademia di Brera. L'ultima parte della sua attività, peraltro ancora da ricostruire, lo vede attivo soprattutto come incisore-traduttore di famosi dipinti, secondo un uso che andava all'epoca sviluppandosi; incise inoltre molte delle invenzioni del padre, da suoi disegni o dipinti.
Si spense a Bologna il 4 gennaio 1834, avendo lasciato memoria della sua vita in un racconto autobiografico di grande vivacità e di scrittura briosa.

 


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