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| Gli Agostiniani a Bologna nel Trecento: la chiesa e il convento di San Giacomo Maggiore |
| L'arte in San Giacomo al tempo del priore Andrea Artusi |
| I miniatori dei corali: Nicolò di Giacomo e Stefano degli Azzi |
| I corali di San Giacomo Maggiore |
| I frati Giovanni e Nicolò da Castel de' Britti |
| I committenti dei corali: Isolani, Calderini e Bolognini |
| I corali dal convento al museo: il restauro |
| secolare e il sistema delle parrocchie. L'inurbamento fu possibile grazie al sostegno dei pontefici e il comune offrì il necessario aiuto economico per costruire la chiesa che venne terminata nel 1315 e consacrata nel 1344 dall'Agostiniano Guglielmo Tocchi da Cremona, vescovo di Novara. Ma se nella prima metà del secolo i frati furono in grado di svolgere un ruolo di primo piano nella società cittadina facendo di San Giacomo la chiesa capo quartiere (Porta Piera), dopo la peste (1348) il convento attraversò un lungo periodo di crisi scandito dalla sensibile riduzione dei suoi religiosi. Segnali di ripresa iniziarono a manifestarsi invece dalla fine degli anni Sessanta del secolo, quando il priore Andrea Artusi (1368-1371, 1382-1387) seppe dare un nuovo impulso alla vita della comunità. Il convento ospitò uno Studio Teologico Generale tra i più accreditati dell'ordine (insieme a quelli di Padova, Napoli e Roma) e dal 1364 fu anche una delle sedi cittadine per le lezioni della Facoltà universitaria di Teologia. |
| L'arrivo del nuovo priore venne infatti a coincidere con la realizzazione dell'importante polittico eseguito nel 1368 per la cappella maggiore dal pittore Lorenzo Veneziano, di cui oggi si conoscono soltanto pochi frammenti, divisi tra vari musei e collezioni private. Negli stessi anni Simone dei Crocifissi veniva ad eseguire la grande Croce dipinta, firmata e datata dall'artista nel 1370, che ancora oggi si può ammirare nella chiesa. A fianco di Simone troviamo attivi in San Giacomo, tra il settimo e l'ottavo decennio, anche altri importanti artisti del momento come dimostra il caso di Cristoforo di Jacopo, autore del ciclo di affreschi, oggi strappato, con Storie di Santa Maria Egiziaca, il cui tema dovette risultare allora particolarmente caro all'ordine, per via della celebrazione della vita eremitica che vi si esprime. Che le scelte operate dagli agostiniani nell'ambito della produzione artistica nel secondo Trecento fossero caratterizzate da un elevato livello qualitativo lo dimostra anche l'impiego in più occasioni di due artisti di chiara fama come Giovanni di Ottonello e Lippo di Dalmasio, la cui attività in San Giacomo è ancora oggi documentata da alcune opere. |
| alle loro botteghe, profani, nonché di statuti e matricole delle varie corporazioni. Formatosi nel corso degli anni Quaranta, Nicolò di Giacomo raggiunse presto una notevole notorietà, anche al di fuori dei confini cittadini, come dimostrano alcune delle opere qui esposte, a partire dal volume dalle Decretali di Giovanni di Andrea della Biblioteca Ambrosiana di Milano che si è supposto sia stato realizzato nel 1354 per un personaggio della famiglia de Deux. Anche la sontuosa copia del De bello pharsalico (1373) della Biblioteca Trivulziana, è legata ad una prestigiosa committenza quella di Francesco Gonzaga, le cui armi appaiono miniate nel frontespizio. Non meno importante fu in questi anni l'attività del miniatore Stefano degli Azzi, l'unico a Bologna in grado di contrastare il monopolistico ruolo esercitato da Nicolò di Giacomo, con cui ebbe occasione più volte di collaborare. La ricostruzione della sua personalità è stata resa possibile grazie al ritrovamento di alcuni pagamenti ricevuti per l'esecuzione della decorazione degli Statuti dei Notai (1382), e della Matricola dei Proconsoli e Consoli della medesima società (1387), quest'ultima esposta in mostra. |
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anni Sessanta, in concomitanza con l'arrivo a Bologna del nuovo priore,
Andrea Artusi. La scelta dei miniatori dovette cadere su due personalità di primissimo piano, quali Nicolò di Giacomo e Stefano degli Azzi, che già in precedenza avevano avuto occasione di dare prova in altre ed importanti imprese decorative, in parte compiute per altri ordini religiosi. Probabilmente a seguito del nuovo diffondersi della peste che interessò la città tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio del decennio successivo, la realizzazione del ciclo liturgico subì un'improvvisa interruzione, riprendendo soltanto vari anni più tardi, nel corso degli anni Novanta. E' quanto documentano i restanti antifonari, eseguiti più meno negli stessi anni in cui Nicolò di Giacomo operava per conto degli Olivetani di San Michele in Bosco, realizzando, insieme ad alcuni miniatori toscani, un'altra serie di corali, di cui in mostra viene esposto un volume. |
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Giovanni fu presente in
San Giacomo negli anni 1336-1389, mentre il più intraprendente frate Nicolò,
accertabile dal 1350, scomparve dopo il 1373, in seguito ad una nuova diffusione
della peste che mise in pericolo anche la vita del priore. Tra le molte iniziative sotto la direzione di Artusi, ai due frati andò il merito di avere preparato l'espansione edilizia della sede di San Giacomo, poi realizzata nel Quattrocento (chiostro grande) e di avere contribuito alla realizzazione dei corali, curando, con ogni probabilità, i rapporti tra il convento, i committenti e i miniatori. |
| parrocchia di Santa Cecilia, retta dagli Agostiniani e attigua al convento in Strada San Donato. La famiglia, arricchitasi nella mercatura, fu bandita dal comune per la sua aspirazione ad occupare la signoria del castello di Minerbio: Giovanni I fu decapitato e sepolto in San Giacomo (1389), suo figlio Giacomo II, marito di Bartolomea Ludovisi, fu riammesso in città nel 1398. Durante la loro assenza, i frati completarono il ciclo almeno con l'intervento dei Calderini e dei Bolognini negli anni Novanta del secolo. Gaspare e Baldassarre, figli del famoso decretalista Giovanni Calderini (m. 1364), furono anch'essi docenti presso lo Studio cittadino. I Bolognini, ricchissimi mercanti e produttori di seta di origine lucchese, ebbero in Bartolomeo e in Giovanni, figli di Bolognino, gli esponenti più ambiziosi. Il corale che li raffigura insieme allo stemma dovrebbe risalire agli anni in cui soprattutto Bartolomeo trasformava il patronimico (quondam Bolognini de Filatuglio, filatoio) nel cognome (1391-1397) e si assicurava la nota cappella nella chiesa di San Petronio. |
| Gli interventi di restauro, che hanno reso possibile la ricomposizione dell'intero ciclo liturgico agostiniano (15 corali), hanno permesso anche di identificare e di ricollocare la maggior parte dei capilettera miniati, che erano stati asportati dai corali alla fine dell'Ottocento. |