Bologna a spasso


Introduzione di Eugenio Riccòmini:

«Si va in giro, nella propria città, quasi come ciechi. Ci si accorge, certo, dei semafori, delle vetrine, delle auto che ti sfrecciano accanto e del pullulare di vita frettolosa in cui si è immersi. Ma, intanto, si rasentano monumenti magari di gran pregio, o luoghi intrisi di storia, e facciate di chiese, di palazzi: di cui, al solito, non sappiamo nulla; appunto perché siamo nella nostra città, ove badiamo alle nostre quotidiane faccende, e non facciamo i turisti. Ci portiamo appresso la guida, e la consultiamo con curiosa avidità, solo altrove; non qui, dove viviamo. Però, anche se stiamo andando in ufficio o a fare la spesa o alla riunione del consiglio d'amministrazione, siamo egualmente in Italia: in un luogo piuttosto singolare di questo pianeta, cioè, ove le cose belle si sono per secoli, o per millenni, accumulate l'una accanto all'altra, e anche l'una sull'altra, fino a costituire l'ambiente urbano che ci attornia, ad ogni passo, ed ogni giorno.

Ci è venuta, così, quest'idea che abbiamo iniziato a realizzare nel 1997. Che è, davvero, perfino banale; ma a cui nessuno, qui a Bologna, aveva prima pensato. Ci avevano pensato, per tempo, in diverse città austriache o bavaresi; ed anche a Venezia, a Milano, a Roma, seppure in modi che ci sono parsi non proprio felici. Cartelli di eccessiva dimensione, con scarse notizie e informazioni, perlopiù piantati su pali ingombranti, troppo vistosi.

Da quei pochi esempi abbiamo tratto vantaggio, come sempre avviene a chi giunge dopo, e può evitare errori già commessi. Abbiamo esposto il progetto a parecchie persone a vario titolo interessate alla vita pubblica della nostra città, riunite in una commissione a cui, con sorridente ironia, abbiamo dato il nome, tra virgolette, di "Assunteria d'Ornato": ch'era quello dell'antica magistratura che si occupava dell'aspetto estetico della Bologna pontificia. E tutti hanno approvato, anche con entusiasmo. E abbiamo lavorato a lungo, con Milena Naldi che andava a visionare i luoghi e a controllare in biblioteca storia e vicende di chiese e palazzi, per stabilire quante insegne affiggere, e dove. E l'ufficio, con la paziente competenza di Carlo De Angelis e degli altri, ha tessuto una fitta trama di rapporti per ottenere il consenso dei proprietari, dei condòmini, dei parroci, degli abati. Nel progetto, via via, è stata coinvolta gran parte della città. Così doveva essere: visto che ciò che si stava mettendo in piedi era, né più né meno, un servizio pubblico destinato ad informare i forestieri e, soprattutto, a far crescere un poco la scarsa consapevolezza dei nostri cittadini. Si pensava, anche, che l'affissione di quei cartigli informativi avrebbe forse contribuito a difendere in qualche misura gli edifici dai tanti e frequenti vandalismi che li offendono. E così è stato, almeno in parte: perché si ha qualche remora ad imbrattare un muro di cui si può leggere la storia proprio mentre si è in procinto d'imbrattarlo.

Ci si è rivolti, allora, ad un grafico di gusto compito ed elegante; e con lui ci si è accordati su un colore che fosse al tempo stesso visibile e in accordo con i tono prevalenti delle nostre architetture, sia sacre che profane. Il risultato, ormai, è da tempo sotto gli occhi di tutti noi. E ci fa piacere, muovendoci per la città, vedere così spesso persone che si fermano almeno per un momento, col naso all'aria e aggiustandosi gli occhiali, a leggere di architetti del passato, di scultori e di pittori che hanno fatto, della nostra città, un segreto scrigno di bellezze, che noi abbiamo soltanto segnato a dito.»

Ultimo aggiornamento: martedì 29 giugno 2010