Passeggiando per il centro storico di Bologna è difficile immaginare una antica città solcata da una fitta rete di corsi d’acqua. Solo alcuni toponimi (via Val’Aposa, via del Porto, via delle Moline), qualche affaccio nel cuore del centro storico, da cui si può ammirare uno scenografico scorcio di canale, e l’andamento sinuoso di alcune strade (come per esempio via Riva di Reno) tradiscono un illustre passato idraulico. Invece, pur non essendo mai stata una vera e propria città fluviale, il destino di Bologna è stato storicamente legato all’acqua.
Un rapporto vecchio di almeno 2.000 anni, allorché in epoca augustea i Romani realizzarono un lungo acquedotto sotterraneo che consentiva di portare nel cuore di Bononia le acque del torrente Setta e che, ancora oggi, è parzialmente sfruttato per l’approvvigionamento cittadino.
Proprio a quella memorabile opera e alla lungimiranza degli ingegneri romani si deve il primo utilizzo di “acque ad uso umano”, una dizione che oggi, pur non costituendo una definizione ufficiale, raggruppa tutte le tipologie di acque che, secondo l’attuale normativa, sono distinte in acque potabili, di sorgente, minerali-naturali e termali.
Ancora ai giorni nostri, circa un quinto dell'approvvigionamento idrico della città di Bologna è fornito dall’acquedotto che i Romani scavarono intorno al 100 a.C., avendo già allora intuito che l'acqua del Setta era più pura di quella del Reno. Infatti l'acquedotto prelevava l'acqua a Sasso Marconi dal fiume Setta e la convogliava fino all’attuale via D’Azeglio, all’angolo con via Farini, dove era posta una vasca di decantazione. Poi, da lì, si poteva distribuire l'acqua a tutta la città.
I numeri di questa grande opera di ingegneria sono impressionanti. Il condotto, con una sezione libera di m. 0,6×1,9, funziona a gravità naturale con pendenza dell'1‰, per una lunghezza di 18 chilometri e un dislivello di 18 metri. Oggi misura precisamente 18.147 metri per effetto delle modifiche effettuate durante i lavori di riattivazione e termina dove c'è la caserma dei Vigili del Fuoco in viale Aldini, dopo avere attraversato, a decine di metri sotto terra, il territorio di Casalecchio di Reno e i colli di San Luca e di Casaglia.
Alle cure degli ingegneri e alle maestranze dei romani seguirono le invasioni barbariche, così che non si fecero più opere di manutenzione. Quindi l'acquedotto cominciò a gettare meno acqua, fino a restare praticamente chiuso fintanto che se ne perse anche il ricordo.
Il primo a tornare a parlare di questa grande opera idraulica fu, nel secolo XIV, il frate Leandro Alberti, nelle Historie di Bologna e successivamente ne scrisse Cherubino Ghirardacci nella sua Historia di Bologna, ma le loro informazioni erano alquanto imprecise. L'acquedotto fu realmente riscoperto da Serafino Calindri, il primo a studiare con impegno il tunnel e a descriverlo nel suo Dizionario corografico, georgico, orittologico, storico relativo alla Montagna e collina del territorio bolognese. Ma fu solo dopo 15 secoli d'abbandono, che si procedette al recupero del manufatto: i lavori di ripristino furono infatti eseguiti tra il 1876 e il 1881; la cerimonia di inaugurazione si tenne il 5 giugno 1881. Autore del restauro fu l'ing. Antonio Zannoni.
L’arte idraulica romana si è perpetuata nei secoli, a Bologna come in tutta Italia. Ne sono testimonianza le tante fontane che punteggiano il territorio comunale; spiccano ovviamente quelle storiche e monumentali (come per esempio quella del Nettuno, realizzata nel cuore della città dal Giambologna tra il 1564 e il 1565) a cui successivamente, se ne affiancarono molte altre, localizzate all’interno di giardini (come in Montagnola) o al centro di illustri slarghi urbani (piazza dei Martiri ne costituisce uno degli esempi più eclatanti).
Ultimo aggiornamento: mercoledì 20 aprile 2011